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Lucca Jaeckel, B.Sc.

MIND Blog Editor

Lucca Jaeckel is completing his M.Sc. in Social Cognitive and Affective Neuroscience at Freie Universität Berlin.

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“Uno degli inesorabili fatti della vita è che con l’MDMA, come con qualunque cosa che combini promesse e minacce, troviamo fautori ed antagonisti decisi. Ed entrambe le fazioni si fanno sentire chiaramente “

– Alexander Shulgin10

Conosciuta in strada con il nome di “ecstasy”, non tutti necessariamente considererebbero la 3,4-methylenedioxymethamphetamine (MDMA) un farmaco o una droga psichedelica. La concezione del pubblico è quella di uno stimolante che viene assunto dai cosiddetti raver o clubber ai festival o nelle discoteche. Secondo report giornalistici, pare che quest’ultimi spesso cadano vittima di pillole adulterate o di altri rischi legati all’’uso ricreazionale, con gravi conseguenze.

Altri che hanno avuto esperienze con questa droga o coloro che la utilizzano regolarmentepotrebbero conoscerla sotto il nome di “hug-drug” (“droga dell’abbraccio”) per via dei suoi effetti empatogenici. Ma questa idea dell’MDMA non considera la sua storia nel contesto psicoterapeutico, le complessità dei suoi rischi e pericoli, e le più recenti scoperte che ne supportano l’utilizzo come supporto nella psicoterapia. In questo articolo affronta le complessità della ricerca dell’MDMA, delineando la sua storiae le relative ricerce scientifiche.

Scoperta e prime ricerche

La storia dell’ecstasy inizia nel 1912, quando alcuni chimici alla Merck Pharmaceuticals produssero e brevettarono la molecola come prodotto intermedio di una reazione chimica finalizzata a produrre fattori coagulanti del sangue. Dopo questa prima descrizione della sua formula chimica nel 1912, nel 1927 alcuni test farmacologici vennero effettuati dall’azienda, anche se sfortunatamente i dettagli di questi esperimenti sono difficili da rintracciare1. Gli effetti psicologici dell’MDMA sugli umani non sono stati investigati fino agli ‘701. Ciò accadde solamente dopo l’evidente utilizzo come droga di strada, indicato dai sequestri della sostanza da parte della polizia nei primi anni ‘702.

Nel 1978, Alexander Shulgin e David Nichols pubblicarono un capitolo di un libro intitolato “Caratterizzazione di Tre Nuovi Psicotomimetici”3, in cui descrivevano gli effetti psicologici di sostanze chimicamente legate ad altre sostanze psicoattive conosciute. In questa pubblicazione i due studiosi descrivono l’MDMA come una droga che “sembra evocare uno stato di coscienza facilmente controllabile, con connotazioni emozionali e sensuali”3 e paragonavo gli effetti aquelli della cannabis, basse dosi di MDA e psilocibina senza allucinazioni sensoriali 3.

I particolari effetti di questa droga, a confronto con gli psichedelici classici, successivamente portarono Nichols ad identificarla come parte di un sottogruppo di psichedelici specificamente indotti dall’MDMA: gli entactogeni4.

Popolarizzazione e criminalizzazione

Fu ancora Shulgin che introdusse l’MDMA agli psicoterapeuti intorno alla metà degli anni ‘70 e che successivamente la utilizzò come supporto alla psicoterapia senza il permesso dell’FDA (Food and Drug Administration). Tra la fine degli anni ‘70 e la metà degli anni ‘80 l’uso dell’MDMA da parte dei terapeuti aumentò in maniera lenta ma costante, nonostante non fossero condotte ricerche scientifiche durante questo periodo5.

È da notare che questo lasso di tempo ricade circa 10 anni dopo che l’LSD era stata utilizzata  clandestinamente in setting terapeutici simili e successivamente resa illegale. Come l’LSD, con il tempo l’MDMA vede la sua popolarità crescere grazie ad i suoi effetti recreativi. Alcuni distributori commercializzavano questa droga con il nome di “ecstasy”. I terapeutiinvece preferivano chiamarla “Adam” 6,7.

L’incremento in popolarità dovuto all’uso ricreativo di questa droga non passò inosservato agli occhi di politici e autorità. In un primo tempo, in risposta alle osservazioni dell’allora senatore del Texas Lloyd Bentsen riguardanti l’uso dilagante nelle discoteche, la Drug Enforcement Agency (DEA), nel 1984, dichiarò il proprio piano per inserire l’MDMA nella Tabella 1 dei medicinali,tra le sostanze con maggior rischio di dipendenza psicologica e fisica5. L’agenzia affermò che la sostanza era priva di uso medico riconosciuto. Il piano d’inserimento in questa Tabella fu immediatamente contestato da un gruppo di professionisti della salute mentale e di ricercatori che chiesero di ascoltare il parere degli esperti nelle processo di decisione per il futuro status legale della sostanza. Tuttavia, nel Luglio 1985, la DEA vietò temporaneamente l’MDMA per un anno a seguito di evidenze di neurotossicità del suo analogo strutturale MDA, nonché a causa dell’ormai ampia diffusione. Dopo il processo, il giudice responsabile raccomandò, nel maggio 1986, che l’MDMA fosse inserita nella Tabella 3ritenendo che questa droga avesse un uso medicocondiviso. Ciò avrebbe permesso il suo utilizzo sia nella ricerca sia nella terapia5.

Tuttavia, “l’amministratore della DEA, John C. Lawn, non era convinto […]”5 dalla sentenza del giudice e pertanto decise di respingerla, sostenendo che l’MDMA non fosse una droga regolata dall’FDA e quindi non poteva essere accettata per uso medico. Lo psichiatra di Harvard Lester Grinspoon e l’Earth Metabolic Design Laboratories (EMDL, predecessore della Multidisciplinary Association for Psychedelic Science  – MAPS) presentarono un ricorso improntato sulla questione dell’FDA-utilizzo-medico e sulla cattiva condotta della DEA, che aveva eseguito la “tabellazione d’emergenza” dell’MDMA prima di ricevere l’autorizzazione formale, nonchè aver rifiutato la decisione del giudice5,8.  Il ricorso venne vinto e l’MDMA rimase senza tabellazione.

Contemporaneamente, diversi articoli pubblicati su riviste scientifiche sostenevano il potenziale terapeutico dell’MDMA. George Greer 9 che aveva facilitato molte sessioni terapeutiche assiste da MDMA pubblicò una sintesi degli effetti soggettivi riportati da pazienti che avevano assunto la sostanza durante la terapia. Alexander Shulgin 10 produsse una sintesi comprensiva sul background chimico della droga e ciò che si sapeva sulla sua farmacologia.  Lester Grinspoon 11 delineò le teorie di fondo soggiacenti le evidenze aneddotiche per la psicoterapia assistita da psichedelici, con una speciale enfasi sul potenziale dell’MDMA. Lo psichiatra di stanza a San Francisco, Philip Wolfson6, presentò studi clinici sulla psicoterapia assistita da MDMA e tentò di specificare in quali situazioni poteva essere di aiuto e quando invece avrebbe potuto creare limitazioni o problemi. Inoltre, finanziato dall’EMDL, Joseph Downing12 pubblicò uno studio sugli effetti fisiologici e psicologici dell’MDMA su soggetti volontari, concludendo che “uno può solo dire che l’MDMA […] ha effetti psicologici notevolmente consistenti e prevedibili che si inquadrano come transienti e senza alcuna apparente tossicità grave”12 . In aggiunta, sempre finanziati dall’EMDL, Charles Frith e colleghi somministrarono MDMA a cani e gatti13, riportando che “i cambiamenti neuropatologici non sono evidenti in nessuna delle due specie”, pertanto mettendo in dubbio le preoccupazioni sulla possibile similitudine con la neurotossicità dell’MDA. Nonostante questi tentativi atti a giustificare l’uso terapeutico dell’MDMA, la DEA, nel marzo 19885, categorizzò la droga nella Tabella 1 dei farmaci.

Dopo l’inserimento in Tabella 1

Poco dopo la tabellazione George Ricaurte et al.14 pubblicarono la prima ricerca sui rischi neurologici dell’MDMA basati su primati non umani. Il gruppo di ricercatori della Johns Hopkins fu il primo a dimostrare che l’esaurimento di serotonina e i cambiamenti strutturali nel sistema serotoninergico sono le prime conseguenze dall’MDMA. Nel frattempo, l’uso ricreativo di pillole di MDMA con a musica elettronica aveva iniziato ad espandarsi per il globo. Dato che l’MDMA era dichiarata illegale quasi ovunque, l’aumento in ciò che era ormai considerato “uso illegale” permise ai politici di dedicare generosi finanziamenti per investigare i rischi e i pericoli dell’uso illecito della sostanza.

Questo paradigma rischio-centrico era destinato a dominare la ricerca sull’MDMA per le decadi successive. Buona parte della ricerca sui rischi, collezionata durante quel periodo, fu esaminata con occhio critico dallo psicologo di Liverpool Jonathan Cole15, il quale sostenne che gli ultimi 30 anni di ricerca sull’ecstasy ed i risultati da essa derivati dovessero essere intesi nel contesto di ciò che lui chiamava “paradigma dell’ecstasy”: dal momento in cui l’MDMA diventò illegale, la sua trattazione, sia scientifica sia pubblica, divenne a sua volta oggetto di norme morali sul consumo delle droghe. Egli suppose che fosse divenuto imperativo per gli scienziati dimostrare che l’MDMA fosse un cosa pericolosa, e ciò presubilmente portò a una serie di ragionamenti e metodologie fallaci, nonchè a scoperte scientifiche pregiudiziate.

Per esempio, Cole sostenne la presenza di un publication bias sistematico nella letteratura rischio-centrica. Egli esemplifica questa situazione ricordando che uno dei suoi articoli scientificiin cui indicava che gli utilizzatori di ecstasy potrebbero non subire le ripercussioni psichiatriche nel modo in cui era stato suggerito da altri, fu rifiutato. Uno dei revisori (anonimi) dell’articolo, al quale Cole attribuisce parte del problema, commentò che trovava i dati difficili da credere15.

La ricerca scientifica sugli effetti terapeutici dell’MDMA fu efficacemente interrotta dal suo inserimento in Tabella 1. Tuttavia, sforzi organizzati per permettere la ricerca su questi aspetti dell’MDMA erano già stati fatti al tempo della tabellazione. La sopraccitata EMDL fu fondata per contrastare l’inserimento nella tabella da parte della DEA. In risposta a ciò e alla mancanza di evidenze a supportare questa azione, uno dei fondatori dell’EMDL, Rick Doblin, diede inizio a MAPS. L’idea dietro questa iniziativa era quella di creare una azienda farmaceutica no-profit che “facilitasse la ricerca per gli usi terapeutici nella psicoterapia assistita da MDMA”8.

Ciononostante, il clima politico rimase sfavorevole fino ai tempi recenti. Negli gli anni, ulteriori studi simili, prodotti sulla base di articoli scientifici del 1986, vennero pubblicati per promuovere la psicoterapia assistita da sostanze e, specificatamente assistita da MDMAe.g. 14–18. Infine, venne condotto il primo studio clinico randomizzato finanziato da MAPS in cui si investigava psicoterapia assistita da MDMA ad opera di José Bouso et al.21. Il loro studio, per il quale l’arruolamento dei primi pazienti  con Disordine da Stress Post-Traumatico (PTSD) iniziò nel 2000, fu prematuramente interrotto nel 2002 a causa di pressioni politiche, lasciando 23 su 29 pazienti non trattati e con dati insufficienti per un’analisi statistica8,21.

Senza perdersi d’animo, MAPS finanziò gli studi di Michael Mithoefer22-24 negli Stati Uniti e lo studio di Peter Oehen25 in Svizzera. Nonostante piccole inconsistenze nei risultati, probabilmente dovute ad una ridotta dimensione dei campioni, le ricerche indicavano che la terapia assistita da MDMA fosse un promettente approccio terapeutico per PTSD26,27. Inoltre, un recente studio, sempre sovvenzionato da MAPS, riporta che analoghe terapie potrebbero ridurre i sintomi da ansia sociale in adulti autistici28.

Parallelamente alla ricerca applicata clinica e forense, nell’arco degli ultimi 10 anni l’MDMA è anche stata investigata sotto una prospettiva scientifica più basilare. Questo approccio non si focalizza sugli effetti positivi o negativi dell’MDMA, bensì sulla ricerca neutra degli effetti della sostanza sugli umani. Mentre dati farmacologici sono già stati ottenuti nel contesto delle scienze forensi, altri campi sono emersi dopo il ritorno negli anni 2000 della ricerca su psicoterapia MDMA-assistita. Per esempio, gli effetti dell’MDMA sulle capacità cognitive umane socio-emozionali e comportamentali sono state oggetto di studio dal 2009e.g. 29–31. Per di più, alcuni ricercatori attualmente stanno eseguendo studi meccanicistici in cui alcuni recettori vengono bloccati farmacologicamente per evidenziare i sistemi neurobiologici alla base degli effetti psicologi dell’MDMA e.g. 32–34. Entrambi gli approcci non solo ampliano la nostra conoscenza dell’MDMA e dei suoi effetti, ma forniscono anche una visione dei meccanismi neurobiologici che stanno dietro a processi cognitivi e affettivi complessi. Nonostante questi progressi non abbiano implicazioni pratiche nel breve periodo, possiedono comunque un grande potenziale per l’avanzamento scientifico e per la ricerca translazionale del futuro.

Cambiamento di paradigmi – Direzioni future

Per anni la ricerca sull’MDMA si è limitata all’investigazione dei rischi dell’uso ricreativo. Ciò sembra principalmente dovuto alla scarsa base scientifica riguardante i suoi effetti terapeutici al tempo della tabellazione da parte della DEA. Tuttavia, soprattutto grazie al persistente lavoro di MAPS, ora possiamo distinguere diversi filoni di ricerca sull’MDMA. Queste correnti corrispondono parzialmente al duplice utilizzo della sostanza in contesti ricreativi e terapeutici, ma recentemente anche investigazioni scientifiche di base hanno iniziato a prendere piede. Queste nuove ricerche non mirano soltanto a permette una più precisa gestione dei rischi per l’uso ricreativo e per migliorare i trattamenti di malattie mentali, bensì anche al progresso complessivo della scienza.

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Riferimenti

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