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Psilocibina e riconnessione emotiva

Lea Mertens intervistata da Lukas Basedow

Tradotto da Giulia De Marco, modificato da Umberto Pannaci

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Lea Mertens, M.Sc.

Ph.D. Candidate

Lea Mertens is a PhD candidate at the ZI Mannheim, working with the MIND Foundation on the first clinical trial of psilocybin for depression in Germany.

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Lukas Basedow, M.Sc.

Ph.D. Candidate

Lukas Basedow's research is in the field of adolescent substance abuse at the medical faculty of the TU Dresden.

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Edited by Clara Schüler & Lucca Jaeckel

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  • Interview
  • 6 minutes
  • Agosto 28, 2020
  • Psychedelic Therapy
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L’articolo discusso in quest’intervista è:

Mertens, L. J., Wall, M. B., Roseman, L., Demetriou, L., Nutt, D. J., & Carhart-Harris, R. L. (2020). (https://journals.sagepub.com/doi/10.1177/0269881119895520

 

Lukas: Può parlarci un po’ del suo percorso accademico? Quali sono stati i gradini che l’hanno portata alla sua posizione attuale?

Lea: Mi sono laureata in psicologia e ho sempre saputo di voler lavorare in ambito clinico e aiutare i pazienti. Durante i miei studi mi sono interessata molto alla ricerca scientifica, tenendo però sempre in considerazione che se avessi voluto darmi alla ricerca, questa avrebbe dovuto avere rilevanza clinica. Quindi mi sono interessata alla psicofarmacologia, perché sono rimasta stregata dagli effetti psicologici che determinati dalle sostanze e dai diversi tipi di farmaci. Ho poi deciso di fare un master di ricerca1 dove ho scoperto la ricerca psichedelica. Più si approfondisce questo argomento, più ci si ritrova coinvolti, e più diventa affascinante!

Grazie ai miei relatori alla Maastricht University, sono stata chiamata dall’Imperial College2 per la mia tesi di master e, per dirla tutta, è stato un colpo di fortuna. Poi ho lavorato con un meraviglioso gruppo di ricerca e sono entrata in contatto con il Prof. Dr. Gründer3, che è professore al  Central Institute of Mental Health  di Mannheim. Aveva alcuni posti disponibili per il dottorato, e abbiamo deciso che ci sarebbe piaciuto continuare la ricerca sugli psichedelici insieme in Germania, che è una cosa veramente molto difficile da fare! Ora abbiamo intrapreso questo percorso insieme, ed è così che sono finita dove sono adesso. Inoltre, ho da poco iniziato la mia formazione da psicoterapeuta, quindi al momento sto facendo sia ricerca che lavoro clinico

Lukas: Ottimo, diamo un’occhiata a quest’articolo. Cosa vuole scoprire con questo progetto in particolare?

Lea: Sono particolarmente interessata ai diversi livelli su quali lavorano gli psichedelici. Ciò significa che sono interessata al loro funzionamento biologico – ad esempio come agiscono sui nostri recettori – e naturalmente anche al loro funzionamento psicologico. Durante il mio master, volevo fare uno studio di brain imaging e sono stata molto contenta quando Robin [Carhart-Harris4] mi ha proposto di condurre un’ulteriore analisi dei dati di imaging ottenuti dal grande trial clinico sulla depressione resistente al trattamento5. Il nostro scopo era scoprire i cambiamenti nelle funzioni cerebrali che potevano essere alla base dei benefici terapeutici della psilocibina. Avevano già pubblicato degli studi6 in proposito e basandomi su questo materiale ho fatto due analisi di follow-up per approfondire meglio la questione.

Lukas: Può dirci brevemente cos’ha scoperto?

Lea: Come ho detto, i dati c’erano già e Roseman et al.6 avevano dimostrato che un giorno dopo il trattamento con psilocibina aumentava la reattività alle espressioni emotive del volto in una regione del cervello chiamata amigdala, che si pensa sia coinvolta nel processamento emotivo. Inoltre, quest’incremento dell’attività si correla con le risposte al trattamento una settimana più tardi. Eppure, scoprire che un aumento della reattività dell’amigdala è correlato a effetti antidepressivi è completamente controintuitivo. Guardando ai risultati delle ricerche sugli antidepressivi, semplicemente non è ciò che si aspetterebbe. Ciononostante, questa è stata la loro scoperta principale, e abbiamo voluto approfondire ulteriormente per vedere se i cambiamenti nella reattività dell’amigdala fossero potenzialmente legati ai cambiamenti di connettività funzionale, che potrebbero essere alla base di questo aumento di reattività. Ecco perché abbiamo condotto un’analisi di interazione psicofisiologica [questo metodo permette di investigare i cambiamenti di connettività funzionale tra le diverse regioni cerebrali dovuti all’esecuzione di un compito] sugli stessi dati di MRI funzionale (fMRI), per vedere se ci fossero differenze di connettività funzionale durante il processamento emotivo tra l’amigdala e le regioni di controllo prefrontale, come ad esempio la corteccia prefrontale ventro-mediale (vmPFC).

Quello che abbiamo trovato è stato una diminuzione della connettività funzionale tra la vmPFC e l’amigdala un giorno dopo il trattamento rispetto ai valori al baseline. Questa scoperta è senza dubbio interessante, perché ci permette di ipotizzare una diminuzione degli input inibitori dalle regioni prefrontali verso l’amigdala a seguito del trattamento con  psilocibina.

Ripeto, questa è solo un’ipotesi, perché non possiamo stabilire la direzionalità del processo, ma è qualcosa che andrà approfondito con ulteriori analisi ed esperimenti.

Lukas: C’è un modo in cui potrebbe descrivere i correlati psicologici dei cambiamenti neuroscientifici che avete osservato? In altre parole, come ci si potrebbe sentire ad avere simili cambiamenti nella reattività dell’amigdala e nella connettività funzionale tra vmPFC e l’amigdala?

Lea: È sempre difficile collegare direttamente le scoperte neurobiologiche alle conseguenze comportamentali. Nella mia analisi abbiamo scoperto un’associazione tra diminuzione della connettività funzionale tra l’amigdala e la vmPFC ed i livelli di ruminazione una settimana dopo il trattamento. Una teoria sostiene che quest’aumento di reattività dell’amigdala, insieme alla diminuzione di connettività funzionale, può essere interpretata come una riattivazione dell’emotività e delle capacità di risposta emotiva. Quindi, sentirsi riconnessi con i propri sentimenti potrebbe essere uno dei correlati psicologici. Ma ripeto: è solo un’ipotesi, c’è bisogno di ulteriori studi. Tuttavia, è una teoria piuttosto interessante, perché ci sono molti pazienti depressi che riscontrano sentimenti di indifferenza e disconnessione emotiva. Forse uno dei meccanismi terapeutici della psilocibina potrebbe essere questa riconnessione alla sfera emotiva.

Lukas: Ha già accennato il fatto che le scoperte di Roseman et al.6 e le sue sono alquanto controintuitive visto quella che si suppone essere la relazione tra la reattività dell’amigdala e i sintomi depressivi. Principalmente quello che è stato scoperto dai precedenti studi è che un’alta reattività dell’amigdala è segno di aumentata sintomatologia depressiva, ma adesso lei mostra che il trattamento con psilocibina della depressione è anch’esso correlato a un’alta reattività dell’amigdala. C’è qualche possibilità di integrare questi due risultati?

Lea: Domanda difficile! Come ho detto, una spiegazione plausibile è che sia questa riconnessione emotiva – questa riappropriarsi dell’emotività – che alla fine porta a una migliore risposta al trattamento. Ma è anche importante considerare il momento temporale dell’esperimento in cui è stata effettuata l’analisi. L’analisi è stata eseguita la mattina dopo la sessione a dosaggio elevato, che in genere significa la mattina successiva a un’esperienza psichedelica intensa ed emotivamente carica. Forse l’aumentata reattività dell’amigdala, insieme alla diminuzione della connettività funzionale, è solo una risposta a questa esperienza significativa. D’altro canto, però, sarei curiosa di sapere com’è la situazione una settimana, o sei settimane dopo. Questo soprattutto perché credo che gli effetti della terapia psichedelica funzionino a fasi. C’è quest’esperienza psichedelica acuta, intensa, assieme a  tutto ciò che comporta (p. es. esperienze mistiche, rivivere traumi, stati visionari…), e forse in quel momento c’è un aumento della reattività dell’amigdala, perché non è ancora stato possibile elaborare tutto completamente.

Ma passano le settimane, e le persone integrano l’esperienza, stando così le cose ,  anche le loro condizioni a livello neurale potrebbero cambiare ! Sono davvero affascinata dall’idea che la terapia psichedelica possa avere effetti diversi in diversi momenti temporali. Ecco perché credo ci sia ancora tanta ricerca da fare per investigare i differenti effetti determinati dalle sostanze sul lungo termine. Per esempio, ci sono molti dati che ci forniscono un’idea di come psilocibina e LSD funzionino in fase acuta, ma quel che sta alla base degli effetti del trattamento nelle diverse fasi temporali è in realtà sconosciuto.

Lukas: Visto che ci sono molti studenti tra i lettori del blog, e forse pensano: “voglio fare quello che fa lei!”, potrebbe dare qualche consiglio a quelli che vorrebbero intraprendere il suo stesso percorso?

Lea: Be’, ho lavorato sodo durante gli studi, capito cosa volevo e seguito i miei interessi, ma ho anche avuto un po’ di fortuna! Per esempio, sono entrata nel gruppo di ricerca all’Imperial, che era fantastico, e quando ho deciso di tornare in Germania non era sicuro che avrei trovato un professore che volesse condurre ricerca psichedelica con me. Sono molto contenta di aver contattato Prof. Gründer perché non c’era nessun’altra ricerca psichedelica in corso in Germania, senza di lui non sarei mai stata in grado di condurre questo studio.

In generale, il mio consiglio è di mantenere la motivazione e di tentate di mettersi in contatto con le persone con cui si vorrebbe lavorare. Per esempio, partecipare alla MIND Foundation e mettersi in contatto con i ricercatori come me o il mio supervisor e gente con cui si vorrebbe lavorare. Siamo tutti molto disponibili e favorevoli ad avviare progetti di ricerca che coinvolgono studenti e neolaureati.

Ma devo sottolineare che non è così semplice, è un processo lungo. Ho un poster in ufficio che dice “good things take time” (le cose belle hanno bisogno di tempo, ndt) che ho comprato per incoraggiarmi nei momenti di sconforto, e che mi aiuta a rimanere in carreggiata. Devo ammettere che non è semplice condurre buona ricerca scientifica con sostanze illegali e avviare trial clinici senza il coinvolgimento dell’industria farmaceutica. Ci sono moltissimi impegni e ostacoli normativi da superare, quindi bisogna essere molto, molto determinati e dedicati, questa è la realtà attuale.

Lukas: Quindi, considerando tutta la dedizione, la fortuna e la motivazione necessarie per essere una scienziata in questo campo… ne vale la pena?

Lea: Per me, decisamente sì. Amo quello che faccio e amo far parte di questo campo che è in forte espansione. Ma vorrei aggiungere che se si è interessati alle sostanze psichedeliche e alla ricerca psichedelica, ciò non significa che gli altri argomenti siano noiosi o che non ci siano alternative valide.

Per esempio, se si vuol fare un PhD e non ci sono posti liberi nella ricerca psichedelica, ci si può chiedere: Perché è interessante questo tipo di ricerca? Cosa si vuole studiare? E magari pensando più a fondo su cosa risulta intrigante, si possono trovare degli argomenti correlati. Magari in un campo lievemente diverso, ma comunque correlato. Non credo sia una buona idea esser intransigenti, affermando di voler fare ricerca soltanto in ambito psichedelico, si rischia di perdere di vista il quadro generale riguardo tutto ciò che non si sa in psichiatria e nelle neuroscienze!

Lukas: Ottima osservazioni! Ultima domanda: che cosa l’aspetta?

Lea: Per quanto riguarda la ricerca, sono una dottoranda e il mio progetto principale (io lo chiamo il mio bambino) è il trial clinico con la psilocibina per depressione resistente a trattamento, che stiamo conducendo insieme alla Mind Foundation e alla Charité a Berlino come seconda sede di ricerca. Sono pressappoco la project manager al momento, il che comporta un bel po’ di lavoro, ma spero che potremo iniziare alla fine dell’anno – almeno, questo era il piano.

Oltre a ciò, sono stata coinvolta in dei lavori psichedelici preclinici al Central Insistute of Mental Health7, ma credo che al momento sia troppo impegnata per continuare questa collaborazione. È stata comunque un’esperienza super interessante poter vedere i benefici del lavoro preclinico, il quale viene condotto molto più velocemente e con molti meno ostacoli rispetto agli studi clinici. Per ora, tuttavia, mi concentrerò sul trial clinico e sulla mia formazione psicoterapeutica, e durante tutto questo -a un certo punto- spero di conseguire il PhD.

Lukas: Perfetto. Grazie tante per il tempo che ci ha concesso e in bocca al lupo per il futuro!

 

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