A transdisciplinary exploration of synergies and crossroads in psychedelic research and therapy

Join us for a day on the integration of research across disciplines and practice, and explore with us innovative tools to solve some of the complex problems of today.

The event is all-free and will take place online via Zoom and on-site at Maastricht University. Invitation links will be sent via mail to all registered guests (RSVP below).

 

 

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Exploring structures and processes emerging around psychedelic research

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https://us02web.zoom.us/j/89167259444

 

Already in the early years of the new millennium, Prof. Evgeny Krupitsky and his team used Ketamine in the treatment of opioid addiction in pioneering clinical studies. In one of these projects, seventy detoxified opioid addicts received either a low, sub-psychedelic dose of Ketamine or a high, psychedelic dose of Ketamine, both supported by accompanying psychotherapy in a randomized trial. Prof. Kupitsky will talk about the implications and results for his groundbreaking work that will inspire other clinicians in the years to come.


Oft sprechen Depressionen nicht auf erste Behandlungsansätze an, woraufhin von einer „therapieresistenten“ Depression gesprochen wird. Der Vortrag zeigt auf, dass es allerdings entgegen der semantischen Bedeutung der „Therapieresistenz“ ein weites Spektrum an weiteren wirksamen Behandlungsoptionen gibt. Diese umfassen medikamentöse, psychotherapeutische und verschiedene somatische Strategien, unter welchen auch dem Ketamin eine neue Bedeutung zukommt.

 


Dr. Levine will provide an overview of the early translation of research on ketamine for depression to real-world applications in private clinics across the United States, its evolution over the past decade, and implications as a new model of psychiatric care delivery.

Sind LSD, MDMA & Psilocybin neue Substanzen in der Behandlung seelischer Erkrankungen? 

Die Anwendung von Psychedelika in der Psychotherapie ist keine neue Erfindung. Bereits vor 80 Jahren entdeckten TherapeutInnen diese Substanzklasse, die in der Lage ist, das Bewusstsein in einer besonderen Art zu verändern. 

Seit den 90erJahren erleben wir ein Wiederaufleben der psychedelischen Forschung. Die Menge an wissenschaftlichen Studien mit positiven Ergebnissen für die Behandlung von Depressionen, posttraumatischen Belastungsstörungen und Angstzuständen mit Psychedelika nimmt mit jedem Jahr zu. 

In diesem Vortrag wird Sergio Pérez (MIND Academy Director) Ihnen einen Überblick über den Stand der Forschung, sowie Hoffnungen und Grenzen dieser Substanzklasse präsentieren. 

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La Ketamina Nella Trapia Contestuale Del Trauma: 

Il Paradosso Della Dissociazione ne PTDS (Complesso)

 

Modificato da Veronica Migliozzi

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Marzo 12, 2021
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Founding Director of NSU's Trauma Resolution & Integration Program

Steven N. Gold, PhD, is retired from a full professorship but continues to be active in the areas of Clinical Psychology and Forensic Psychology, with an emphasis on psychological trauma, dissociative disorders, Complex PTSD, and Contextual Trauma Therapy.

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Clinical Psychologist

Michael Quinones, PhD, research and clinical interests focus on the neurobiology and phenomenology of altered states of consciousness and their therapeutic implications in trauma and dissociation.

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Dichiarazione di non responsabilità: questo post sul blog è stato tradotto e modificato da volontari. I contributori non rappresentano la MIND Foundation. Se noti errori o ambiguità nella traduzione, faccelo sapere – siamo grati per qualsiasi miglioramento. Se vuoi sostenere il nostro progetto sul multilinguismo, contattaci per entrare a far parte del MIND Blog Translation Group!

 

La dissociazione indotta dalla ketamina in un contesto psicoterapeutico potrebbe esercitare un effetto terapeutico per il disturbo da stress post-traumatico (complesso) creando una distanza esperienziale attraverso la dissociazione, cosa che permetterebbe ai sopravvissuti del trauma di affrontare e risolvere la materia traumatica senza esserne sopraffatti.

Steven Gold, PhD e Michael Quinones, PhD, sono entrambi psicologi clinici che lavorano con i sopravvissuti di C-PTSD in ambito privato. In questo post esporranno le loro prospettive su C-PTSD, dissociazione e ketamina parlando dalla loro personale esperienza di lavoro con la psicoterapia assistita con ketamina.

Cos’è il PTSD complesso?

Esattamente 40 anni dopo il riconoscimento ufficiale del disturbo post-traumatico da stress (PTSD) come condizione psicopatologica diagnosticabile,1 è sorprendente notare quanto siano cambiate e allo stesso tempo quanto poco siano cambiate le cose riguardo a questo argomento. Sembra che i traumi e il loro impatto siano diventati onnipresenti: i resoconti di incidenti traumatici, i loro risvolti psicologici e un pot-pourri di trattamenti per affrontare il trauma sono ovunque a livello mediatico. La letteratura scientifica sul trauma ha subito una crescita esponenziale negli ultimi decenni, è passata da essere praticamente inesistente nella metà del XX secolo a letteralmente migliaia di pubblicazioni all’anno nell’ultimo periodo. Eppure, in quanto professionisti specializzati nel trattamento dei disturbi legati al trauma, veniamo regolarmente contattati da potenziali clienti (compresi quelli che risiedono nelle più grandi aree metropolitane degli Stati Uniti) che non sono riusciti a trovare un professionista della salute mentale che sembri veramente esperto nel trattamento del trauma. Al contrario, spesso ci vengono riferiti cicli di terapia senza fine e interventi inopportuni o mal concepiti che invece di migliorare hanno esacerbato le loro difficoltà legate al trauma.

Nonostante alcune forme di terapia per gli eventi traumatici siano state ampiamente studiate e identificate come altamente efficaci, vi sono prove crescenti che al di fuori del laboratorio, nella vita reale, il livello di efficacia di questi approcci sia notevolmente inferiore. Studi di ricerca clinica mostrano che in ambienti comunitari, in media, circa il 50% dei pazienti abbandona prematuramente il trattamento2-3 e che a causa del trattamento, alcuni pazienti sperimentano addirittura un peggioramento dei sintomi e una diminuzione in vari domini di funzionamento.3-4

A complicare ulteriormente le cose, è ben documentato come il trauma sia correlato a una serie di sindromi diverse e spesso presenti in comorbidità con il PTSD. Disturbi dissociativi, dipendenze patologiche associate a condotte impulsive, depressione grave e disturbo borderline di personalità sono alcune tra le principali diagnosi, ma assolutamente non le uniche, che possono essere associate a una storia di trauma.5-6 Quando questi disturbi derivano da un trauma, il mancato riconoscimento della loro origine può seriamente limitare l’efficacia dei trattamenti.

Una sindrome meno nota ma molto diffusa è il disturbo da stress post-traumatico complesso (C-PTSD), una costellazione di difficoltà psicopatologiche descritta per la prima volta dalla psichiatra di Harvard Judith Herman all’inizio degli anni ’90.  A lungo il C-PTSD è stato fonte di controversie e solo recentemente sono emerse ricerche che supportano la sua validità come entità psicopatologica a sé stante,9-10   ed è proprio grazie a questo che il disturbo è stato esplicitamente riconosciuto nell’undicesima edizione della Classificazione Internazionale delle Malattie (ICD-11).10-11 Nel C-PTSD sono compresi tutti i criteri del PTSD ma in più viene inclusa una triade sintomatologica generalmente  conosciuta come disturbi dell’auto-organizzazione/ nell’organizzazione del sé e costituita da: un concetto di sé permanentemente negativo, problemi continui nelle relazioni interpersonali e difficoltà nella regolazione delle emozioni. 12

L’inclusione del C-PTSD nello schema di classificazione segna un punto di svolta particolarmente importante nella psicologia del trauma in quanto alcuni studi empirici indicano che C-PTSD sia sensibilmente più comune rispetto all’insieme di difficoltà che compongono il PTSD.12

Originariamente il C-PTSD è stato proposto come prodotto da incontri ripetuti o prolungati con eventi traumatici,7 ed anche se questo sembra essere vero, i risultati delle ricerche suggeriscono che il C-PTSD sia associato ad un’estensiva esposizione ad esperienze traumatiche nel corso dell’’infanzia.6,12-14 Porre più attenzione al fatto che il disturbo sia radicato nelle avversità della prima infanzia può cambiare il modo in cui guardiamo questa patologia; ciò vuol dire che le tre componenti dei disturbi dell’auto-organizzazione possono essere intese non solo come conseguenze dirette dell’evento traumatico, ma anche come disturbi dello sviluppo derivanti dall’essere allevati in ambienti interpersonali che non supportano adeguatamente lo sviluppo psicologico.

La Neurobiologia del C-PTSD

Per apprezzare il potenziale degli approcci psichedelici nel promuovere le trasformazioni psicologiche alla base della risoluzione del PTSD, è fondamentale acquisire familiarità con la neurobiologia dello sviluppo di questo disturbo. Le strutture neurologiche del cervello si sviluppano in reti di connettività (reti di connettività intrinseca), ciascuna delle quali è associata a funzioni specifiche come occuparsi di compiti specifici, richiamare/ricordare informazioni autobiografiche o esperienze passate, mantenere il senso di sé e occuparsi dell’ambiente esterno.20 Le ricerche hanno dimostrato che le esperienze di attaccamento sicuro, che includono ricevere affetto e attenzione e un buona reattività da parte dei caregivers, sono essenziali per lo sviluppo e la crescita del cervello umano e per i modelli adattativi di connettività funzionale tra le diverse strutture neurologiche.16-17

La ricerca sulla neurobiologia e fenomenologia del processo di traumatizzazione ha dimostrato che sia le esperienze traumatiche sia l’assenza di esperienze di attaccamento sicuro, possono influenzare negativamente i processi biologici di sviluppo cerebrale e portare a modelli aberranti di funzionalità e connettività neurale.18-19  Tutto ciò include problemi di proliferazione e di potatura neuronale e sinaptica, con conseguente alterazione dell’attività cerebrale sia all’interno che tra le strutture neurologiche specifiche implicate. 21-22 Diversi studi supportano fortemente l’idea che queste forme di avversità possano compromettere lo sviluppo di diverse strutture neurologiche essenziali come l’ippocampo, l’amigdala, la corteccia cingolata e quella insulare e le cortecce prefrontale, temporale e parietale.22-23

Gli adulti con diagnosi di disturbo da stress post-traumatico, sintomi dissociativi e di personalità borderline sembrano avere una connettività funzionale significativamente alterata tra queste strutture neurologiche, le quali a loro volta possono interrompere le reti di connettività funzionale intrinseca 5-6 (es Default Mode Network). Queste interruzioni possono essere viste come corrispondenti ad un’ampia gamma di sintomi come iperarousal, dissociazione, umore depresso, pensieri negativi, senso negativo di sé e flashback che costituiscono PTSD, C-PTSD e gli altri disturbi correlati al trauma.

Una panoramica sulla terapia del trauma contestuale

Da 30 anni a questa parte lavoriamo su un quadro teorico evolutivo al fine di comprendere il C-PTSD e fornire un trattamento basto su questa prospettiva concettuale: la Terapia del trauma contestuale.15 Sotto molti punti di vista, il modello della Terapia del trauma contestuale è del tutto in linea con le ultime evidenze emerse dagli studi sul C-PTSD. Secondo noi il C-PTSD deriva non solo da eventi deleteri accaduti a un bambino (quindi, i traumi) ma anche dalla mancanza di influenze benefiche (quindi, da privazioni nello sviluppo). L’impatto traumatico di un abuso è associato ai sintomi del disturbo da stress post-traumatico mentre le tre componenti dei disturbi dell’organizzazione del sé includono al loro interno le principali conseguenze dovute alle deprivazioni nel corso dello sviluppo psicomotorio. Queste privazioni durante lo sviluppo possono essere attribuite all’essere cresciuti in un contesto interpersonale non sufficientemente stimolante ed incapace di soddisfare i bisogni  evolutivi di base del bambino come l’affetto e la validazione; è proprio in virtù di questa riflessione che abbiamo aggiunto il termine contestuale a Terapia del trauma (Terapia del trauma contestuale).

Questo contesto di privazione rende i soggetti che vi sono sottoposti più vulnerabili all’abuso, incrementa il rischio di traumatizzazione in risposta a casi di violenza interpersonale, aumenta le probabilità che questi soggetti ridivengano vittime nel corso delle loro vite (fenomeno noto come rivittimizzazione), e promuove l’assunzione di comportamenti disfunzionali compresi quelli dovuti ai disturbi dell’organizzazione del sé.

Conseguentemente, la terapia del trauma contestuale propone che la risoluzione del C-PTSD debba essere incentrata prima di tutto sulla compensazione delle mancanze durante lo sviluppo, al fine di supportare le capacità di resilienza funzionale del soggetto.

L’aumento della resilienza e della stabilità può essere visto come il preludio necessario per affrontare e risolvere eventi potenzialmente molto complicati come i traumi. A causa di diverse alterazioni nello sviluppo, i sopravvissuti allo C-PTSD possono essere limitati nelle loro capacità di adattamento, e sono quindi più esposti ad un peggioramento della loro condizione piuttosto che ad una risoluzione nel momento in cui vengono a trovarsi dinanzi a una situazione traumatica molto intensa.

Per ovviare questo problema, è possibile affrontare innanzitutto le tre componenti dei disturbi dell’organizzazione del sé, nel C-PTSD, attraverso: 1) lo sviluppo di una relazione terapeutica coerente e di fiducia che possa fungere da “laboratorio” per l’acquisizione di abilità interpersonali; 2) la facilitazione dell’elaborazione cognitiva di convinzioni irrazionali che sostengono un’immagine negativa di sé; e 3)  l’acquisizione di abilità comportamentali volte a permettere un’adeguata espressione dei contenuti emotivi e una sufficiente regolazione degli impulsi.

Riassumendo, la Contextual Trauma Therapy è un trattamento eclettico basato su una vasta gamma di approcci ma che pone alla sua base la premessa che i disturbi dell’auto-organizzazione non siano da attribuire prevalentemente a eventi deleteri dovuti a trauma infantili, quanto all’essere cresciuti in un contesto interpersonale incapace di modulare e trasmettere le adeguate capacità di auto-organizzazione. Stando così le cose, non ci si può aspettare che il trattamento del trauma preso singolarmente riesca a migliorare questo tipo di difficoltà. Al contrario, essendo gravosa e potenzialmente destabilizzante, un’attenzione diretta e intensiva nelle prime fasi del trattamento potrebbe aggravare in maniera radicale i problemi nel organizzazione del sé del paziente.

Il potenziale della ketamina in aggiunta alla psicoterapia nel favorire la risoluzione del  C-PTSD.

Gli ultimi decenni sono stati contrassegnati da progressi sostanziali nella ricerca sull’utilizzo di sostanze psichedeliche (come psilocibina, ayahuasca, LSD, MDMA e ketamina) nel trattamento di un’ampia gamma di problematiche legate alla salute mentale e ai disturbi psicologici. Tra gli psichedelici classici e non, la ketamina suscita il nostro interesse per diversi motivi e cosa ancora più importante, il suo utilizzo si è dimostrato benefico per pazienti affetti da diversi disturbi psicologici tra cui PTSD, dissociazione, depressione, ansia e disturbi da uso di sostanze.29-31

In contrasto con gli psichedelici classici, la ketamina è stata definita “psichedelico dissociativo” o “farmaco dissociativo”. In effetti, gli effetti dissociativi della ketamina erano già stati evidenziati all’ epoca della sua scoperta in seguito ai suoi primi utilizzi come anestetico .32 Studi più recenti descrivono come la somministrazione di ketamina determini esperienze dissociative dose-dipendenti come depersonalizzazione, derealizzazione, distorsione del tempo, e amnesia 33-34 ; Sorprendentemente, è stato scoperto che le esperienze di depersonalizzazione e la derealizzazione acute dopo ketamina sono predittive degli effetti antidepressivi del farmaco.35-36

Recenti ricerche sugli effetti neurobiologici della ketamina fanno luce sui meccanismi attraverso i quali la ketamina svolge i suoi effetti terapeutici. La ketamina promuove la neuroplasticità sia attraverso la ‘sinaptogenesi’ (creazione di nuove sinapsi tra i neuroni) che la ‘neurogenesi’ (crescita di nuovi neuroni).30 Inoltre, la ketamina si lega direttamente ai recettori del glutammato, neurotrasmettitore implicato nel cambiamento della connettività funzionale tra diverse strutture neurologiche (corteccia prefrontale, ippocampo, corteccia cingolata anteriore e gangli della base), e determina l’alterazione della connettività funzionale dei grandi network cerebrali attraverso un meccanismo di “disaccoppiamento”/”accoppiamento” di specifici centri all’interno della rete.37-38 In un contesto terapeutico, questo può aiutare a migliorare la connettività alterata all’interno e tra le strutture neurali che potrebbero essere danneggiate a causa dei traumi e/o alterazioni nello sviluppo.

In accordo a quanto detto, i cambiamenti neurobiologici correlano con lo stato di coscienza alterato dopo ketamina, come la riduzione dell’anedonia (l’incapacità di provare piacere), la distorsione del tempo e la depersonalizzazione.37-39

Facendo parte della sintomatologia debilitante del C-PTSD e di altri disturbi legati al trauma, le esperienze dissociative sono tipicamente associate a esperienze di trauma e/o di privazione. Quando provocata dalla ketamina, invece, la dissociazione sembra esercitare un effetto terapeutico attraverso alterazioni neurobiologiche e fenomenologiche della coscienza. Riteniamo che possa essere così perché la ketamina ha due caratteristiche che possono essere terapeutiche in questa popolazione: 1) gli effetti dissociativi indotti dalla ketamina permettono di creare una distanza esperienziale che permette ai sopravvissuti al trauma di processare il materiale traumatico senza esserne sopraffatti, e 2) Le proprietà  promotrici la neuroplasticità della ketamina pongono le basi per una correzione dei disturbi dello sviluppo.

Mentre la dissociazione è solitamente pensata in termini di manifestazioni come la depersonalizzazione e l’amnesia, troviamo concettualmente utile tenere presente che la parola dissociazione significa essenzialmente disconnessione. La dissociazione può manifestarsi come disconnessione dalla propria esperienza soggettiva (come nella depersonalizzazione, dove i pensieri, i sentimenti, le sensazioni e così via sembrano non appartenere alla persona che li percepisce), dall’ambiente circostante (come nella derealizzazione, in cui la persona sente l’ambiente circostante essere distante e irreale), o da altre persone (la relativa incapacità di provare un legame esperienziale con le altre persone, una caratteristica comune a varie forme di attaccamento insicuro).

Per gli individui traumatizzati, le capacità dissociative agiscono come un’arma a doppio taglio. Da una parte svolgono una funzione protettiva nel far fronte al distress cronico di natura psicologica, emotiva e fisica associato alle costanti avversità e traumatizzazioni a cui sono stati sottoposti durante l’infanzia; D’altra parte, però, l’utilizzo automatico della dissociazione come meccanismo protettivo può creare difficoltà croniche nella corso della vita. Relazioni gratificanti, mantenimento dell’occupazione e successo generale nella vita quotidiana necessitano della capacità di tollerare livelli di stress variabili e di mantenersi collegati esperienzialmente al proprio contesto. Inoltre, essere presenti da un punto di vista esperienziale è necessario per accedere a stati emotivi positivi come quelli collegati alla connessione reciproca, alle relazioni appaganti, alla gioia, alla spontaneità e alla creatività. E visto che è proprio questo ‘essere presenti esperienzialmente’ ad essere interrotto dalla dissociazione, per i pazienti con dissociazione cronica sarà molto difficile migliorare e vivere una vita felice ed appagante.

Una componente integrante del trattamento del C-PTSD sta nell’aiutare gli individui affetti a ridurre le loro reazioni dissociative ai disagi episodici supportandoli nello sviluppo di capacità di connessione esperienziale con il sé, con gli altri e con l’ambiente circostante. Nei bambini, queste capacità vengono acquisite attraverso una connessione significativa con genitori attenti e responsivi, cosa che permette lo sviluppo di connessioni neuronali cerebrali ricche e adattive.40 Lo sviluppo di una relazione terapeutica e collaborativa, pietra angolare sia della Terapia del trauma contestuale che della terapia del trauma in generale, è essenziale nel promuovere la crescita neuronale e le connessioni esperienziali corrispondenti.  La nostra esperienza clinica suggerisce fortemente che la terapia assistita con ketamina sia un acceleratore notevole di questo processo.

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NON NEL TERZO OCCHIO

COSA FA LA DMT NEL CERVELLO?

Tradotto da Veronica Migliozzi, modificato da Jacopo Vanoli

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Febbraio 4, 2021
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C’è DMT nel cervello? Quale potrebbe essere la sua funzione? Per decenni, queste domande hanno occupato le menti dei ricercatori nel campo degli psichedelici, e rispondere ad esse non è mai stato semplice. La ricerca moderna va ben oltre i tentativi di dimostrare le idee romantiche sul rilascio di DMT dalla ghiandola pineale durante esperienze di premorte. Esaminando i singoli neuroni, ricerche recenti indicano che la DMT potrebbe funzionare come un  neurotrasmettitore non canonico, impegnato a proteggere il cervello da stress sia fisici che fisiologici. Un tema che quindi  emerge dalla ricercaaggiornando la domanda originaria: e se la DMT fosse per sua natura neuro-protettiva?

 Dall’ Amazzonia all’occidente e indietro fino all’antico Egitto

I neurotrasmettitori sono piccole molecole secrete nel sistema nervoso per trasmettere informazioni tra diversi neuroni. Molte di esse – serotonina, dopamina, e adrenalina, per nominarne alcune – appartengono alla classe chimica delle monoammine. Anche il più potente psichedelico naturale, la N,N-dimetiltriptamina (DMT), appartiene a questa stessa classe di molecole. Si trovano tracce di DMT nel sistema nervoso animale (mammiferi inclusi), tuttavia la sua azione come neurotrasmettitore endogeno non è stata dimostrata direttamente.1 Essa è molto più diffusa e meglio studiata nelle piante, dove aiuta alcune specie a difendersi da animali erbivori. 2

Gli uomini hanno estratto DMT dalle piante per secoli. Assunta oralmente, la DMT non è attiva poiché viene degradata dall’enzima monoamino ossidasi (MAO) presente nel tratto digerente dell’uomo. Da secoli gli sciamani amazonici hanno scoperto che combinando la liana contenente DMT con piante contenenti gli inibitori delle MAO, la degradazione della DMT può essere impedita. L’infuso psichedelico risultante da questa mistura è conosciuto come Ayahuasca da aya- (spirito) e -waska (liana).3

L’ ayahuasca è indissolubilmente connessa ai miti e alla spiritualità delle tribù indigene del Sud America. E allo stesso modo, quando il mondo occidentale è venuto a conoscenza della DMT, essa ha facilmente trovato spazio nella loro produzione letteraria e filosofica. Le sue proprietà biologiche hanno anche intrigato gli scienziati sin dalla sua prima sintesi nel 1931. Dato chela DMT è simile alla serotonina, si è ipotizzato che essa potrebbe naturalmente presentarsi in qualità di neurotrasmettitore nel corpo umano. Dove si potrebbe trovare un neurotrasmettitore così peculiare? Congetture popolari, prendendo in prestito idee sia dalla scienza sia dalla mitologia, l’hanno collocata nella ghiandola pineale.

Il ruolo principale della ghiandola pineale è di regolare i pattern del sonno producendo melatonina. Ma la storia di questa struttura a forma di piccolo fagiolo che si trova nel proencefalo  è molto più romantica. Nell’antico Egitto, essa rappresentava l’occhio del dio del cielo Horus, mentre in India è stata associata con il ‘’terzo occhio’’, la mitica porta verso una coscienza superiore. Una moderna attuazione di queste storie nasce da DMT: La molecola dello spirito, libro dello psichiatra Rick Strassman, dove ipotizza che un cervello morente possa secernere grandi quantità di DMT, permettendo così il passaggio della coscienza da una vita all’altra.4

 Vita e morte

Dall’inizio della teoria di Strassman, la presenza e lo scopo della DMT nella ghiandola pineale sono stati oggetto di un acceso dibattito. Anche se fino ad ora non è mai stata isolata direttamente da cervelli umani, esperimenti sia in uomini che in ratti dimostrano che i loro cervelli – compresa la ghiandola pineale – contengono enzimi necessari per la sintesi di DMT.1

Il potenziale coinvolgimento della DMT in una esperienza di premorte è difficile da dimostrare o confutare negli uomini, tuttavia sono stati fatti  esperimenti sui ratti. In particolare, una ricerca ha dimostrato che i cervelli dei ratti contengono DMT e che la sua concentrazione cresce dopo un arresto cardiaco indotto.1,5 Potrebbe questo significare che i ratti di laboratorio hanno provato una esperienza di premorte? Può la DMT essere mediatrice di questa esperienza oppure essa è soltanto il prodotto di scarto di un organismo stressato?

Risultati sperimentali offrono una visione limitata. Se non altro, la DMT potrebbe essere solo una parte della vera e propria tempesta di neurotrasmettitori (includendo serotonina, dopamina, e noradrenalina) che vengono rilasciati come risposta all’estremo stress di un arresto cardiaco.1

Inoltre, anche se la concentrazione di DMT aumentava, non è stato possibile determinare se questo aumento corrispondesse all’uso di una dose psichedelica esogena. Mentre alcuni ricercatori pensano che sia proprio questo il caso, altri hanno fatto notare che non si sa come basse quantità fisiologiche di DMT endogena possano essere immagazzinate per poi essere rilasciate in massa,6 e quale sia la reazione biologica che un tale rilascio scatenerebbe. All’ attuale conoscenza scientifica manca la prova schiacciante necessaria per coinvolgere direttamente la DMT in una esperienza di premorte: un meccanismo biochimico già ben caratterizzato.

La prova schiacciante?

Un’unica  soluzione per tutti i casi è una  rarità in biologia. I neurotrasmettitori e i composti psichedelici agiscono in maniera simile su più regioni cerebrali, interagiscono con diversi recettori con diversa specificità, e innescano un ampio spettro di cascate di segnalazione biochimiche e genetiche. La DMT non è diversa, ed anche se inizialmente si credeva/pensava che  potesse esercitare la sua funzione principalmente sui recettori 2A della serotonina, sono stati invece scoperti nuovi bersagli. Uno tra questi nuovi target, il recettore sigma-1 (Sig1R), non è la risposta al puzzle della DMT. Per lo meno, ci presenta una serie di intriganti  componenti del puzzle.

Il recettore Sig1 è atipico. Le sue origini sono sconosciute: in termini evoluzionistici, esso è più strettamente correlato ad un enzima fungino chiamato sterolo isomerasi che a qualsiasi altro recettore  appartenenti ai mammiferi7. Gli scienziati non sanno come interpretare questi risultati, specialmente se poi si considera che questo particolare enzima fungino è stato isolato per la prima volta da un fungo che produce alcaloidi simili all’LSD.

Mentre molti recettori sono specializzati nel trasmettere i segnali dei neurotrasmettitori o sulla membrana cellulare, o nella cellula, o nel nucleo, il recettore Sig1 è insolito perché può eseguire tutte e tre le funzioni. Sulla membrana, interagisce con altri recettori di neurotrasmettitori e ne cambia la funzione, unendosi a loro formando dei complessi recettoriali. Quando è all’interno della cellula, esso si lega alle proteine antistress aiutandole nel loro ruolo.8 Nel nucleo, il recettore Sig1 recluta altre proteine che, legandosi al DNA, attivano o inattivano diversi geni tramite meccanismi epigenetici.9 Questo recettore multifunzionale è conosciuto come ‘’orfano’’, il che significa che gli scienziati ancora non hanno identificato il principale neurotrasmettitore capace di attivarlo. Inizialmente è stato proposto che il recettore Sig1 potrebbe essere un sottotipo dei recettori degli oppioidi, ma poi gli scienziati hanno scoperto che anche altre sostanze sono in grado di legarsi ad esso, tra cui cocaina e l’ormone sessuale progesterone.10 Più di recente, evidenze scientifiche hanno favorito l’ipotesi che la DMT potrebbe attivare questo recettore.

La prima indicazione che potrebbe essere questo il caso,risulta/risultava da una ricerca su culture cellulari, con cui è stato dimostrato che la DMT può legare il recettore Sig1. La ricerca sui topi ha rafforzato questa scoperta e ha dimostrato che quando i recettori della serotonina e della dopamina sono bloccati, il comportamento dei topi sotto l’influenza della DMT non cambia. Tuttavia, i topi smettevano di rispondere alla DMT dopo la disattivazione del loro recettore Sig1. Questi risultati hanno portato i ricercatori alla conclusione che Sig1 è uno dei principali bersagli della DMT.11 Un altro indizio proviene dal fatto che nelle sinapsi che collegano diversi neuroni, il recettore Sig1 è localizzato vicino ad un enzima coinvolto nella sintesi di DMT.12 Ciò ha portato alcuni ricercatori a chiedersi se sia Sig1, piuttosto che il recettore 5HT-2A, il principale mediatore degli effetti psichedelici della DMT.

Le capacità del recettore Sigma-1

Cosa succede a livello cerebrale quando la DMT attiva il recettore Sigma-1? Alcune risposte provengono da ricerche su culture cellullari. Ricerche recenti hanno scoperto che la DMT ha una funzione sia nella risposta immunitaria sia nella risposta antistress di singole cellule umane. Nelle cellule immunitarie, la DMT ha dimostrato di attivare la produzione di molecole antiinfiammatorie.13

In uno studio simile, neuroni umani in culture cellulari sono stati privati di ossigeno. Quando non hanno abbastanza ossigeno i neuroni muoiono velocemente, ma il trattamento con DMT e la conseguente attivazione del recettore Sig1 hanno permesso a più  neuroni di sopravvivere .14 Questa scoperta offre un collegamento a Rick Strassman: se la DMT aiutasse le cellule in stato di stress, potrebbe essere anche utile per l’intero organismo in stato di stress – quando vicino alla morte e gravemente privato di ossigeno? Anche se speculare è allettante, è importante tenere in considerazione che i singoli neuroni in cultura mostrano agli scienziati cosa sta succedendo in essi, ma dicono poco rispetto a come interagiscono tra di loro in un sistema cerebrale vivente a tre dimensioni.

Attualmente, questa lacuna non è stata ancora colmata. I ricercatori non hanno testato l’attività del recettore Sig1 in cervelli in fase di ipossia o sotto altri tipi di stress fisiologici. In cervelli morenti, la DMT potrebbe aiutare la sopravvivenza neuronale – ma la sopravvivenza da sola non ci dice nulla su cosa stanno facendo questi neuroni o come la loro attività potrebbe creare visioni caratteristiche delle esperienze premorte. Mancando di una evidenza diretta, potremmo avere alcuni indizi dagli studi di imaging cerebrale e tentare di unirli ai  meccanismi conosciuti del recettore Sig1.

Guardando al cervello delle persone sotto DMT ed Ayahuasca, i ricercatori hanno osservato un’attività alterata nei centri uditivi e visivi del cervello, e anche nelle regioni legate alla memoria. Queste includono i centri di percezione e di processamento delle emozioni negative e dei ricordi tristi, i centri di recupero della memoria, e l’amigdala (regione cerebrale comunemente associata con elaborazione sociale ed emotiva, incluse paura, ansia e aggressione).15,16

Il dottor. Antonio Inserra, un ricercatore dell’Università Flinders ad Adelaide, ha tentato di conciliare la prospettiva molecolare e quella dell’intero cervello e ha formulato un’intrigante ipotesi sui ruoli che il recettore Sig1 potrebbe avere in queste attività cerebrali.7

La sua analisi si concentra in particolare sul ruolo della DMT nell’elaborazione di traumi, un fenomeno che ha suscitato il suo interesse a causa di rapporti aneddotici di pazienti con PTSD per i quali i sintomi sono stati ridotti dopo sessioni di Ayahuasca.

Egli ha ipotizzato che il recettore Sig1 potrebbe formare complessi con altri recettori e potrebbe amplificare il segnale di trasmissione e la plasticità sinaptica nei centri di memoria che potrebbero aiutare a recuperare e rielaborare i ricordi traumatici. Inoltre, egli ha indicato che il recettore Sig1 nel nucleo serve da regolatore epigenetico9 il che significa che recluta enzimi che aggiungono diversi tags al DNA e agli istoni (le proteine attorno alle quali si avvolge il DNA nella cellula) per poter attivare o disattivare i geni.

Si sa da tempo che i meccanismi epigenetici hanno un ruolo importante in tutti gli aspetti della formazione e del rimodellamento della memoria. Per questo, Inserra ha suggerito che alcuni meccanismi tramite i quali l’ayahuasca tratta i traumi potrebbero essere mediati dall’epigenetica del recettore Sig1 nei centri di memoria del cervello.

Ritorno all’Amazzonia: la nuova ricerca colmerà il divario?

Anche un nuovo studio del dottor Simon Ruffel, un ricercatore associato del King’s College di Londra, connette la DMT, il recettore Sig1, e la regolazione epigenetica. Il suo gruppo, supervisionato dalla Professoressa Celia Morgan (Università di Exter), ha seguito i partecipanti in cerimonie di ayahuasca in Amazzonia per studiare l’effetto di queste esperienze sui loro ricordi traumatici. I partecipanti hanno riportato significative edurature diminuzioni in depressione, ansia, e distress generale. Per scoprire il motivo, il team di Ruffel ha raccolto campioni di saliva e ha analizzato i cambiamenti nei tags epigenetici sul loro DNA. I ricercatori hanno scoperto un cambiamento epigenetico nel recettore Sig1 di alcuni partecipanti (risultati non pubblicati sono stati presentati alla conferenza ICPR2020). Poiché sappiamo che il recettore per sé è coinvolto nella modulazione epigenetica, questo potrebbe essere soltanto l’inizio. Di quali altri geni vediamo una modifica epigenetica dopo sessioni di ayahuasca? La ricerca epigenetica di Ruffell può offrire più indizi non solo su come la DMT lavora con il recettore Sig1 a livello epigenetico ma anche sull’epigenetica della memoria in quanto tale. Indipendentemente dai risultati di questo studio, esso serve già come un importante ponte tra il laboratorio e la cerimonia; tra le cellule, il cervello, e l’esperienza.

Lo stato attuale della ricerca sulla DMT assomiglia a pezzi di puzzle disgiunti. Sebbene diversi indizi portino ad ipotizzare che la DMT sia presente naturalmente nel cervello umano, la sua localizzazione e le sue funzioni restano elusive. Sono disponibili più dati su come, a livello esogeno, l’ayahuasca e la DMT lavorano sia nelle cellule sia nel cervello, tuttavia non possiamo ancora giustificare l’estrapolazione del loro ruolo a livello endogeno da questi risultati.

Ciò nonostante, di recente sono emerse una varietà di teorie speculative. Mentre alcuni ricercatori si stanno focalizzando sul potenziale antinfiammatorio e del ruolo di neuro-protezione dell DMT, altri guardano all’imaging cerebrale e agli studi sui traumi e puntano sui suoi possibili effetti sul rimodellamento della memoria. Entrambe le linee di ricerca potrebbe rivelarsi fondate, ed entrambe potrebbero essere correlate alla teoria di Rick Strassman secondo cui la DMT è presente nel cervello umano per alleviare gli effetti di enormi  stress psicologici, come nel caso dei neuroni deprivati di ossigeno durante esperienze di premorte. Potrebbe un cervello morente rilasciare DMT in modo endogeno per il più a lungo possibile? Se così fosse, le aspetti di premorte comunemente riportate – incluse visioni e la propria ‘’vita che passa davanti agli occhi’’ – potrebbero essere semplicemente effetti collaterali. Nei casi di sopravvivenza neurale e di elaborazione della memoria, finora la ricerca punta verso il misterioso, multifunzionale recettore Sig1 come attore principale in questi processi terapeutici.

Mentre le complessità di questi meccanismi molecolari non sono state ancora pienamente descritte, il recettore multifunzionale Sig1 è adesso fermamente stabilito come bersaglio della DMT, e questo apre nuove linee di indagine. Forse la nuova più entusiasmante ricerca includerà studi su come la DMT e il recettore Sig1 influenzano la regolazione epigenetica. Le informazioni su quali geni si attivano o inattivano potrebbero mettere i risultati ottenuti dalle culture cellulari nel contesto di un intero organismo. I meccanismi epigenetici sono alla base delle nostre interazioni dinamiche con il mondo e con le nostre stesse menti. Comprendere come questi meccanismi aiutino a conservare e rimodellare i ricordi aiuteràa formulare un modello biologico coerente degli effetti terapeutici dell’esperienza psichedelica.

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Bibliografia
  1. Dean, J. G. et al. Biosynthesis and Extracellular Concentrations of N,N-dimethyltryptamine (DMT) in Mammalian Brain. Sci. Rep.9, 9333. 2019.
  2. Marten, G. C. Alkaloids in Reed Canarygrass. in Anti-Quality Components of Forages 15–31. Crop Science Society of America. 2015.
  3. Luna, L. E. Indigenous and mestizo use of ayahuasca: an overview. The ethnopharmacology of ayahuasca 2, 01–21. 2011.
  4. Strassman, R. DMT: The Spirit Molecule: A Doctor’s Revolutionary Research into the Biology of Near-Death and Mystical Experiences. Simon and Schuster. 2000.
  5. Barker, S. A., Borjigin, J., Lomnicka, I. & Strassman, R. LC/MS/MS analysis of the endogenous dimethyltryptamine hallucinogens, their precursors, and major metabolites in rat pineal gland microdialysate: LC/MS/MS of endogenous DMTs in rat pineal gland microdialysate. Biomed. Chromatogr. 27, 1690–1700. 2013.
  6. Barker, S. A. N,N-dimethyltryptamine facts and myths. J. Psychopharmacol. 32, 820–821. 2018.
  7. Inserra, A. Hypothesis: The Psychedelic Ayahuasca Heals Traumatic Memories via a Sigma 1 Receptor-Mediated Epigenetic-Mnemonic Process. Front. Pharmacol. 9, 330. 2018.
  8. Mori, T., Hayashi, T., Hayashi, E. & Su, T.-P. Sigma-1 Receptor Chaperone at the ER-Mitochondrion Interface Mediates the Mitochondrion-ER-Nucleus Signaling for Cellular Survival. PLoS One 8, e76941. 2013.
  9. Tsai, S.-Y. A. et al. Sigma-1 receptor mediates cocaine-induced transcriptional regulation by recruiting chromatin-remodeling factors at the nuclear envelope. Proc. Natl. Acad. Sci. U. S. A. 2015. doi:10.1073/pnas.1518894112.
  10. Su, T.-P. & Hayashi, T. Understanding the Molecular Mechanism of Sigma-1 Receptors: Towards A Hypothesis that Sigma-1 Receptors are Intracellular Amplifiers for Signal Transduction.. 2003.
  11. Fontanilla, D. et al. The hallucinogen N,N-dimethyltryptamine (DMT) is an endogenous sigma-1 receptor regulator. Science 323, 934–937. 2009.
  12. Mavlyutov, T. A. et al. Development of the sigma-1 receptor in C-terminals of motoneurons and colocalization with the N,N’-dimethyltryptamine forming enzyme, indole-N-methyl transferase. Neuroscience 206, 60–68. 2012.
  13. Szabo, A., Kovacs, A., Frecska, E. & Rajnavolgyi, E. Psychedelic N,N-dimethyltryptamine and 5-methoxy-N,N-dimethyltryptamine modulate innate and adaptive inflammatory responses through the sigma-1 receptor of human monocyte-derived dendritic cells. PLoS One 9, e106533. 2014.
  14. Szabo, A. et al. The Endogenous Hallucinogen and Trace Amine N,N-Dimethyltryptamine (DMT) Displays Potent Protective Effects against Hypoxia via Sigma-1 Receptor Activation in Human Primary iPSC-Derived Cortical Neurons and Microglia-Like Immune Cells. Front. Neurosci. 10, 423. 2016.
  15. Riba, J. et al. Increased frontal and paralimbic activation following ayahuasca, the pan-Amazonian inebriant. Psychopharmacology 186, 93–98. 2006.
  16. Palhano-Fontes, F. et al. The psychedelic state induced by ayahuasca modulates the activity and connectivity of the default mode network. PLoS One 10, e0118143. 2015.
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Beyond the Therapeutic Alliance

How MDMA and Classic Psychedelics Modify Social Learning – An interview with Gül Dölen
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Gennaio 26, 2021
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Associate Professor of Neuroscience

Gul Dolen studies the synaptic and circuit mechanisms that enable social behaviors.

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Journalist, Managing Editor at InformED

Saga Briggs is managing editor of InformED, a resource that connects teachers and students with cognitive science.

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“Rather than having the MDMA-assisted psychotherapy and then sending them home with a journal and some happy thoughts, what we really ought to be saying is that the therapeutic window is actually for weeks, if not months after the acute psychedelic effects have worn off.”

At the Johns Hopkins University School of Medicine, Department of Neuroscience, neurobiologist and MIND’s scientific advisory board member Gül Dölen, MD-PhD, studies the mechanisms by which psychedelic drugs work to treat diseases of the social brain like PTSD, addiction, and severe forms of autism. Dölen spoke to me about her 2019 Nature paper,1 which showed that MDMA re-opens a “social critical period” in the mouse brain when it is sensitive to learning the reward value of social behaviors – but only if the mouse is in a social setting. Based on this research, Dölen and her colleagues believe two things are required for MDMA, and potentially all psychedelics, to be therapeutic in the context of social brain diseases: 1) the re-opening of the critical period and 2) the right social context for the memory to be reshaped. Not only does this view challenge current psychedelic therapy models; it also suggests a way forward for psychiatric treatments more generally.

Priming the brain for psychedelics

Saga Briggs (SB): Based on your animal studies, how do you think psychedelic drugs might work in humans to treat social brain diseases like PTSD?

Gül Dölen (GD): When we think about what happens when someone has PTSD, what we’re dealing with is that during their childhood or youth [during this maximum sensitivity to the social environment, or “social critical period”], they were in a social environment and something bad happened to them, and in that moment, their response was very adaptive. They were protecting themselves by putting up walls, by guarding themselves from whatever was causing that injury.

But then the critical period closes, and over time, that adaptive response starts to become less and less adaptive until they reach adulthood and they’re unable to form intimate relationships. They’re unable to keep a job. They have a very negative view of themselves in terms of self-esteem, that they’re not deserving of love and being in the world. The memory becomes an extremely well-ingrained worldview, and it’s hard to dislodge it. And so the idea is that what we’re doing with MDMA is going back and allowing them to rewrite that memory in a way that’s adaptive, now that the traumatic event has been removed from their environment.

And so I think that in the end of the Nature paper1, we kind of ended with, “Oh, well, [psychedelic drugs] might be just making the therapeutic alliance stronger,” but based on other more recent data and thinking about it longer, I think that it’s more than just the therapeutic alliance. It’s about making available those memories to modification.

SB: How does this memory modification work exactly?

GD: The way I’m talking about it now is I call it “open state engram modification.” So you put the brain on MDMA in an open state where you’re going to be sensitive to your social environment again, and then –either through therapy or through processing your own memories or looking at photographs or journaling—what you’re doing is bringing back the memory engram that is relevant to the trauma in this state where you are available to manipulate it and make those memories malleable and rewrite them to respond to the realities of your current world.

SB: And do you think that has to happen in a social setting, per se? I think in your Nature paper you mention this phenomenon only happened when mice were with other mice. But of course, many people have transformational experiences taking psychedelics on their own.

GD: I actually think probably one of the most surprising and profound findings of the paper is the setting dependence, because every other explanation that has been made of how these psychedelic drugs work from literally everybody else has always overlooked the fact that these experiences are very much modified by the set and setting, that they’re context dependent. You know, it’s not like people who have PTSD are taking MDMA and going to raves and coming back cured. Yes, you can have profound experiences that are important in a therapeutic way outside of a doctor’s office. But you’re not going to have it if you spent the whole time just partying. In that case you’re not engaging those [traumatic] memories.

Going beyond the acute effects

SB: Is this the same mechanism you believe could work to treat severe forms of autism?

GD: Before we can dive in on the human trials for autism, we kind of want to get a little bit more information about autism. One of the things that happened when I was a graduate student is that, my graduate advisor Mark Bear and I, we put forward this theory that if you turn down the signaling of a specific glutamate receptor [mGluR5], it balances out the exaggerated protein synthesis observed in autism.2 This theory had a lot of enthusiasm and excitement and seemed to be validated by animal research that was replicated by twenty-eight other labs. After those preclinical animal studies got so much press, the big pharmaceutical companies jumped on board and they thought they were going to cure autism with this mGluR modification. And then the clinical trials failed, and it was a big disappointment for the whole field of translational neuroscience. It was devastating because we all thought it was going to work, and then it didn’t. So in trying to think about why it didn’t work, there were a lot of different possible explanations. But I think it’s that every single one of the animal studies was carried out either from genesis [doing the manipulation genetically so they were born with the modified gene] or they were given [the modification] very early in development and just given it chronically for their whole lives. Whereas, in the human trials, the youngest recruited patients were sixteen years old, but most of them were adults—well past the age when their social critical period would be closed.

So, the idea that I would love to pursue is, well, maybe the reason that the clinical trials failed is because the mGluR therapy was right, but the critical period was closed. What we really needed to do is give a mGluR modulator, plus a psychedelic, to reopen the critical period. So that under the conditions of an open social critical period, the biochemical imbalance would be corrected and then you would get therapeutic efficacy.

SB: Would open state engram modification be a lasting treatment for these diseases? How long did the effect last for the mice in your study?

GD: Yeah, actually, I think that’s the second most important thing that we found in this study: Every other study trying to figure out the mechanisms of this has really focused on the acute effects of the drugs. And what we found is that after MDMA, the critical period starts to open about six hours after the acute dose. And then it kind of peaks out at 40 hours and stays up for at least two weeks, and then by a month it comes back down. So just to kind of put that into perspective, two weeks in a mouse is probably more like two months in a human.

I think that also informs how we might want to be doing these clinical trials. Rather than having the MDMA-assisted psychotherapy and then sending them home with a journal and some happy thoughts, what we really ought to be saying is that the therapeutic window here is actually for weeks, if not months after the acute psychedelic effects have worn off. We need to treat that period of time as precious and really make there be a lot of intensive focus and therapeutic activity happening during that window rather than just kind of setting them off and letting them be on their own.

Where therapy meets big pharma

SB: In what other ways could these findings influence treatment models?

GD: This speaks to a debate that’s going on right now in psychedelic therapy. The pharmaceutical companies are really wedded to this idea that if we can understand the mechanisms of these drugs, on a pharmacological level, then eventually we can design a drug that activates whatever mechanism is curing depression or PTSD or whatever it is, and then we can design out all of those nasty psychedelic side effects. The psychedelic journey can be gone, right? Like, that’s their dream.

And then you have on the other side the psychologists, who say, “No, that can’t be right because we know that we can achieve these psychedelic therapeutic effects even without the drug, as long as we can get them to this mystical place. We can do it with meditation, we can do it with a little bit of breath work, etc. And furthermore, the strength of that mystical experience correlates with the strength of the therapeutic effects.”

So these are the two sides of the debate. And I think our finding about the setting dependence of psychedelics in opening the critical period kind of offers a middle ground between these two worldviews. What it says is that the binding of the drug to the receptor opens a critical period—that’s the pharmacological effect that the drug companies have been so furiously searching for. Our hypothesis is that that is the mechanism. Any drug or any manipulation that can reopen the critical period has the potential for that therapeutic effect. But then on top of that, the setting dependence of it means to me that what the psychedelic journey is doing and the setting is doing is priming the brain so that the right memory and the right circuit is being brought into reactivation or made available for modification in this open state.

It’s a middle ground between these two different views of how the [drug] is working. And I think it really says, mechanistically when we are evaluating a potential hypothesis or a new compound or a new way of doing these clinical trials, we need to address this issue of “are we opening the critical period and are we effectively triggering the relevant engram?” Because if we’re not doing either of those things, it’s not going to work.

Future Directions

It remains to be seen whether critical period reopening will become a deliberate aim of psychedelic therapies, especially as other labs begin to claim therapeutic efficacy with trip-less synthetic versions3 of psychedelic drugs. Regardless, there appears to be significant, untapped therapeutic potential to be explored in the months following standard psychedelic treatment. In the case of PTSD, this window could prove invaluable. In the case of autism, which is not universally considered a disease, the conversation is more complex. While the notion of “curing” autism has been and should be challenged, for example by questioning the ethics of fundamentally changing core aspects of an individual’s personality, Dölen’s work stands as a pivotal contribution to the field for those who might seek treatment.

 

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References

1.       Nardou, R., Lewis, E., Rothhaas, R., Xu, R., Yang, A., Boyden, E. and Dölen, G., 2019. Oxytocin-dependent reopening of a social reward learning critical period with MDMA. Nature, 569(7754), pp.116-120.

2.       Dölen, G. and Bear, M., 2009. Fragile x syndrome and autism: from disease model to therapeutic targets. Journal of Neurodevelopmental Disorders, 1(2), pp.133-140.

3.       Cameron LP, Tombari RJ, Lu J, Pell AJ, Hurley ZQ, Ehinger Y, et al. A non-hallucinogenic psychedelic analogue with therapeutic potential. Nature. 2020;589(7842):474–9.

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Would You Talk to a Machine Therapist?

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Dicembre 11, 2020
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Professor of Psychiatry

Prof. Dr. med. Gerhard Gründer is head of the Molecular Neuroimaging Department at the Central Institute of Mental Health, Mannheim.

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In my recent blog post, I reported on the optimistic view that “digital phenotyping” with smartphone technology would improve psychiatric diagnosis and possibly even treatment. Building on this, I discussed general advancements towards including big data in psychiatry. Another important aspect of the digitization of psychiatry is the development of machine therapists in mental health care, working with artificial intelligence. Adam Miner and colleagues from Stanford University give a brief overview of the current status in their article “Talking to machines about personal mental health problems”.1

Machine therapists that communicate with patients are already in use in the USA and in China. These “conversational agents” are called “Gabby” or “Ellie”. They perform psychiatric interviews and might even someday be able to perform formal psychotherapy. Miner and colleagues are optimistic about the potential usefulness of conversational agents. “Optimism is growing that conversational agents can now be deployed in mental health to automate some aspects of clinical assessment and treatment.”1 According to them, “Some data suggests that people respond to them as though they are human.”1 This could be helpful, “especially to improve access for underserved populations.”1 And interestingly, one study suggests that people who know that they are talking to a computer are more willing to open up.

Miner et al. further state: “The bridge from human responses and machine responses has already been crossed in ways that are not always made clear to users. Chinese citizens engage in intimate conversations with a text-based conversational agent named Xiaoice.”1 The authors admit, however, that conversational agents have not been evaluated in clinical trials and that they might not only be ineffective, but also cause harm. Additional future problems with the technology might be issues of confidentiality. Does a machine therapist have to be as secretive as a human?

Furthermore, most of the current technology seems to be based on text communication, meaning it is based on semantics. Communication in psychiatry, by contrast, is highly contextual. Empathy cannot be coded in words.

While we once believed that psychiatry is the most human medical specialty, scientists now seem to believe that this is the first specialty that will be replaced by computers. Would you talk to a machine therapist about your emotions, your conflicts, your desires?

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References
  1. Miner AS, Milstein A, Hancock JT. Talking to Machines About Personal Mental Health Problems. JAMA. 2017;318(13):1217-8. doi:10.1001/jama.2017.14151
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The Psychedelic Compendium

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Dicembre 1, 2020
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Research & Knowledge Exchange Associate, Resources Manager

Jagoda contributes to the Drug Science Program and the Resources section.

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The Psychedelic Compendium is a series of curated lists of research articles introducing specific topics in a nutshell. Since psychedelic research is a rapidly growing field and new articles are published almost daily, we understand that it might be overwhelming to skim through a multitude of publications searching for the right one. To make it easier to find relevant research, we are introducing lists of article recommendations carefully selected by our team.  

Comprised of both open and closed access articles, our lists of recommended readings aim to lay the foundations for understanding distinct aspects of psychedelic research. Starting from basic overviews and then diving deeper into specific research perspectives, the lists highlight the most important publications in the field.  

To make the lists a handy tool for not only researchers and professionals but also journalists and the general public, we will provide a brief summary of each article. We believe that bridging the information flow between academia and society will significantly benefit both parties. High quality research combined with clear channels of communication with the public will facilitate responsible policy making and therefore result in sustainable development of the relations between science, governments, and the population. 

This post will be continually updated – stay tuned for the incoming recommendation lists! 

 

1. Recommended Readings for Psychedelic Novices

These ten articles will give you a solid foundation to start your psychedelic research journey. You will gain an overview of state-of-the-art of psychedelic research, the history of psychedelic exploration, the many applications of psychedelic substances in various fields, and most importantly, their therapeutic potential. 

 

2. Recommended Readings Introducing Psychedelic-Assisted Therapy

Psychedelic-assisted therapy has the potential to help improve global mental health. In this list, we will introduce the history and current state of the research on psychedelic-assisted therapy, as well as challenges and future perspectives. 

 

3. Recommended Readings on Psychedelics for the Treatment of Depression

Psychedelics offer a new avenue in the treatment of mood disorders. In this list, we will explore the advantages of psychedelics over mainstream antidepressants and summarize essential studies investigating the potential of psychedelics in the treatment of depression and anxiety. 

 

4. Recommended Readings – Serotonin Receptors

This list of recommended readings explores the diversity among serotonin receptors, the history of their discovery, their relations with psychedelics, and their mechanisms of mediating subjective experiences and therapeutic effects.

 

5. Recommended Readings – Psilocybin

In this list, we focus on general press articles about psilocybin research and therapy that were published mainly in larger international newspaper outlets.

 

6. Recommended Readings – Top 2020

This list of Top 10 Articles of 2020 will discuss a ground-breaking trial with psilocybin for major depressive disorder, long-term outcomes of MDMA-assisted psychotherapy for PTSD, how psychedelics work in the brain, and how to produce psychedelics at a larger scale.

 

7. Recommended Readings – Ketamine

This selection of research articles on ketamine for mental health will explore its promise in treating not only depression but also the positive effects on suicidal ideation, addiction, and further symptoms of mental health disorders.

 

8. Recommended Readings – Ketamine

This list presents press articles discussing the therapeutic use of ketamine in mental health treatments and its potential modes of action.

 

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Big Data in Psychiatry Brave New World?

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Novembre 27, 2020
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Professor of Psychiatry

Prof. Dr. med. Gerhard Gründer is head of the Molecular Neuroimaging Department at the Central Institute of Mental Health, Mannheim.

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Every day in the press, but also in the medical literature, the promises of “Big Data,” “Precision Medicine,” and “Machine Learning” for medicine can be found. These proclamations usually begin with sentences such as: “Mental health (including substance abuse) is the fifth greatest contributor to the global burden of disease, with an economic cost of $ 2.5 trillion in 2010, and expected to double by 2030.”1

And then these articles point to the sheer endless possibilities for digitization in medicine. “Big Data” is praised as the solution to all problems in psychiatry: it would supposedly improve not only early detection of mental disorders, but also therapy. These promises sound heavenly: “The emerging field of ‘predictive analytics in mental health’ has recently generated tremendous interest with the bold promise to revolutionize clinical practice in psychiatry.”2 Does anyone really believe that? And more importantly, do we want that?

In my recent blog post “Does Your Phone Know You Better Than Your Therapist?“, I described what “digital phenotyping” means and what great expectations are associated with it. I have also expressed my skepticism. “Big Data” in psychiatry goes beyond that. It purports to infer our state of mind from the pictures we post on Facebook or Instagram. Initial studies have already been published in which an algorithm diagnosed “depression” or “post-traumatic stress disorder” based on Instagram photos or Twitter posts, sometimes long before a clinical diagnosis was made. Very soon, machines should be able to analyze speech in order to derive diagnoses like depression or incipient dementia. There are also claims that the kind of music we hear could allow conclusions about our emotional state. Some hope in all seriousness that by analyzing the troves of data collected about us – and these are not only our digital data traces, but also biological data like genes, epigenetic patterns, hormones, values, and anything which one can “measure” – mental illnesses can be “discovered” so early that they do not even occur anymore.

If you want an idea of what this vision might mean, watch Steven Spielberg’s great film “Minority Report”, in which crimes are prevented before they are even committed. But the future vision of “Big Data Psychiatry” goes far beyond that, and it raises many questions. Who will make a medical diagnosis in the future? A doctor? Or the machines from Google and Apple? And if the data collectors have found evidence that I’m suffering from depression, who will be informed? A public health system? A higher „authority for mental health“? Will I be contacted by this authority for treatment? And if I do not want that, will I be „monitored“ to prevent my possible suicide? What happens to someone whose data suggests he will be diagnosed with psychosis at 90% certainty in the next six months? And if we believe – as some actually do, seeing humans as deterministic biological machines – that this occurs with 100% certainty, then what? Do we treat them prophylactically? Do we even have a right to warn them?

Who will define what is “normal”? When is a “depression” in need of treatment when a machine makes the “diagnosis”? In a thoughtful article, Manrai, Patel (both Harvard University) and Ioannidis (Stanford University) recently asked the question, “In the Era of Precision Medicine and Big Data, Who Is Normal?”3 The concept of the Research Domain Criteria (RDoC), a dimensional framework for the integrative research of mental (dys)function across different levels of information and organization, also suggests that in the future – though this may be a bit exaggerated – one no longer treats the suffering person, but the disturbed brain function. Will there be cut-off values, as is usual in laboratory settings, outside of which one should advise treatment?

Finally, emotions like depression, fear, or despair have their evolutionary meaning. Especially Western industrialized societies tend to regard these as unwanted and want to turn them off at any cost. I am convinced that this is one reason why the use (or perhaps better – consumption?) of antidepressants has increased dramatically in the last twenty years and continues to increase each year. Have we become healthier? The answer can be found in the first paragraph of this post. Big data psychiatry is the answer to social developments. Yet it causes many people at least as much discomfort as these developments themselves.

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References
  1. Conway M, O’Connor D. Social Media, Big Data, and Mental Health: Current Advances and Ethical Implications. Curr Opin Psychol. 2016;9:77-82. doi:10.1016/j.copsyc.2016.01.004 
  2. Hahn T, Nierenberg AA, Whitfield-Gabrieli S. Predictive analytics in mental health: applications, guidelines, challenges and perspectives. Molecular psychiatry. 2017;22(1); 37–43. https://doi.org/10.1038/mp.2016.201 
  3. Manrai AK, Patel CJ, Ioannidis JPA. In the Era of Precision Medicine and Big Data, Who Is Normal? JAMA. 2018;319(19):1981-2. doi:10.1001/jama.2018.2009